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Emozioni 11: la felicità

La felicità.

Segno caratteristico: il sorriso!

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La felicità, come le emozioni incluse del diletto, della letizia, del gaudio e dell’estasi, non gode di grande successo nella lingua italiana: occupa appena il 5% del lessico emotivo italiano con la più bassa categorizzazione emotiva.

Da un punto di vista linguistico un termine così poco categorizzato ci racconta di una esperienza esigua e sporadica di tale emozione, che potrebbe essere il segno di una relazione normalmente conflittuale ed insoddisfacente, rimandandoci ad interazioni normalmente sospettose, poco fiduciose e per niente innocenti.

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È bene chiarire subito che la felicità non segue a dei risultati o dei successi, ma è conseguenza di relazioni positive e filiache. Il confine tra una relazione positiva ed una negativa sta nel cuore dell’innocenza, in quel essere in-nocens, semplicemente non nocivi, dentro un relazionarsi in cui si espande un benvolere sereno, mai nocivo e men che meno distruttivo. Nel qual caso la felicità segnala il distendersi di una relazione ricca di senso e dentro un flusso interiore armonioso, derivante da una visione della vita nella quale il rapporto con gli eventi e con il mondo è innocente.

La felicità infatti si fonde con un sentire positivo del destino, che per chi ha fede è un sentirsi in consonanza con Dio, e per tutti gli altri un essere in pace con se stessi, con gli altri e con il mondo.

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Normalmente nel parlare spontaneo quotidiano, ma anche nella cultura, l’amore e la felicità vengono posti al punto più alto della esperienza umana, perché testimoniano la capacità di amare, di entrare in relazioni buone, caratterizzate da gratuità inaspettata.

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Sebbene la felicità sia essenzialmente caratterizzata da un sentire piacevole e sereno, comunque volge all’azione entusiasta la quale rende tutto meno pesante. Anche il livello di stupore e sorpresa d’esser dentro una relazione felice contribuisce ulteriormente a dare energia al fare.

Altro aspetto che contribuisce ad elevare la felicità è quel tratto di innocenza che evidenziano quelle persone il cui affidamento spirituale ed abbandono generano l’ottimismo della speranza. Il tempo, si sa, può tramutarsi nel tormento del futuro, nella disperazione, soprattutto quando la paura si traduce nel tentativo compulsivo di controllare tutto. Godere di una fede serena contribuisce alla qualità ed intensità della felicità. Tutto questo si traduce in una espressione di tipo sorridente, pacata e serena, un incedere a volte esuberante e gioioso ed altre fluidamente lento.

che bella!!!

Non vi è posto per il nervosismo e per la fretta ossessiva. Gli spazi ed il tempo sono l’ambiente buono dell’incontro, mai dello scontro.

Molto probabilmente chi è felice non se ne rende conto, perché l’esserlo è una condizione interiore. Lo vedono però gli altri, i quali o non lo comprendono e lo giudicano come infantile, oppure ne ricavano forza e conforto.

“Se non diventerete come questi bambini, non entrerete nel regno dei cieli”

guarda caso il “regno della felicità!

 

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