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Educare

Educare è una parola molto abusata e confusa con altri termini, come insegnare, istruire o formare.

educare presente

Per andare immediatamente al nocciolo della questione è bene ricordare la sua origine latina, cioè educĕre (tirar fuori o tirar fuori ciò che sta dentro), composta da ē- (da, fuori da) e dūcĕre (condurre). Con lo stesso termine i romani componevano altre parole attinenti al tema: con-dūcĕre, in-dūcĕre e se-dūcĕre, termini ben differenti dal primo.

rimproverare

Educare non è condurre, convincere o correggere. Nella conduzione è centrale la correzione e la continua richiesta d’esser seguiti. Il condurre è tipico di chi si mette davanti e tira gli altri spesso dove ha deciso lui. La conduzione educativa è di tipo accuditivo: è un mettersi a fianco per fare quello che si ritiene giusto per il bambino. L’adulto a volte si sostituisce, a volte aiuta, a volte sollecita. È molto presente, ma anche apprensivo, talvolta ossessivo … toglie il fiato! Il rapporto che si basa sulla conduzione è caratterizzato dalla confusione dei ruoli. L’adulto sovrappone i due ruoli e li rende identici. Ciò libera ansia e un sottile fastidio e impazienza nell’adulto costretto a estenuanti contrattazioni col bambino ritenuto privo di autonomia. Mentre la risposta del bambino è la noia e i sensi di colpa.

INSEGNANTE SEVERO

Educare è men che meno indurre, obbligare o costringere.  L’induzione e la costrizione si basano sulle aspettative, e vengono praticate attraverso l’esercizio delle medesime, della pretesa o della forza. L’induzione non è mai felice, perché forzata e spesso conflittuale. Le emozioni che entrano in campo nell’induzione, nella costrizione e nell’obbligo, sono generalmente negative come la paura, la rabbia dell’adulto deluso e del bambino costretto. L’induzione alleva i forzati della vita, quelli che pensano sempre in termini di dovere e mai di scelta.

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Educare non è neanche sedurre. Nella seduzione e nell’esercizio del fascino c’è la volontà di conquista dell’altro. La motivazione è auto centrata sull’educatore a scapito della motivazione dell’educato, perciò non si può parlare di processo educativo, ma di un avvincere e ammaliare, che è indice di assenza di empatia. Si tratta di un vero e proprio stravolgimento della relazione educativa, che genera dipendenza, cioè l’esatto contrario della libertà propria del processo educativo.

Educare è porre ascolto al bisogno di crescere dell’Altro e non a quello che piacerebbe fare. Perciò è un sentire intelligente, che legge dentro, secondo un pensare emotivo che nasce dall’attenzione, non dalla selezione. Nell’educazione vince il desiderio dell’Altro di essere pienamente e di crescere. Perciò l’educazione dev’essere empatica, un mettersi in relazione dimenticando se stessi, avendo riguardo, perché è dall’empatia che nasce la propensione educativa. Educare deve dunque esser principalmente una presenza piena dell’assenza di sé, un saper attendere sicuri, senza aspettative, un essere massimamente presenti all’assenza di sé. Chiunque sia dentro una relazione educativa e abbia troppo presente il proprio successo, i propri impegni, se stesso, è inevitabilmente assente: non educa, ma induce o obbliga. Educare è consentire all’altro di abbandonare le vie emotive mosse dall’esterno, per tirar fuori da dentro le ragioni dell’agire (ē-dūcĕre = tirar fuori), cioè andare verso vie proprie interiori, verso la motivazione.

bambina

È solo dalla motivazione dell’educato, che poi derivano la sua libertà e la sua responsabilità. Libertà e responsabilità sono le due facce della stessa medaglia (una non esiste senza l’altra). La libertà è la capacità di scegliere; la responsabilità è la capacità di rispondere delle scelte, che si sono fatte, e delle azioni che ad esse seguono, le quali generano le conseguenze: “Scelgo (libertà), quindi sono consapevole che devo (responsabilità), per conseguire ciò che mi propongo (motivazione e conseguenze)”.

bambine

Educare è motivare a fare le proprie scelte per diventare autonomi.

Educare è rendere liberi.

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